Ictus: cos’è, come si manifesta e come prevenirlo
Il termine “ictus” deriva dal latino e significa letteralmente “colpo” (in inglese “stroke”). In ambito medico indica un danno cerebrale permanente, a insorgenza improvvisa, causato da un problema vascolare. L’Organizzazione Mondiale della Sanità lo definisce come la comparsa improvvisa di segni o sintomi riconducibili a un deficit, focale o globale (fino al coma), delle funzioni cerebrali, con una durata superiore alle 24 ore o con esito fatale — anche se, va sottolineato, un intervento tempestivo può fare la differenza tra questi scenari.
La caratteristica che più contraddistingue l’ictus è dunque la sua natura improvvisa: una persona apparentemente in salute può manifestare, senza preavviso, sintomi che possono risolversi in poco tempo, restare stabili o peggiorare nelle ore successive. In alcuni casi possono comparire segnali che anticipano l’evento, come una cefalea intensa e improvvisa, anche se si tratta di manifestazioni non specifiche.
Il TIA (Attacco Ischemico Transitorio) condivide gli stessi sintomi dell’ictus, ma con una differenza sostanziale: i disturbi neurologici o oculari si risolvono nell’arco di poche ore, talvolta pochi minuti, e per definizione scompaiono completamente entro 24 ore dalla loro comparsa. Non va tuttavia sottovalutato: un TIA rappresenta un segnale d’allarme importante, poiché può precedere di poche ore o giorni un ictus vero e proprio. Riconoscerlo tempestivamente consente di individuarne le cause e di intervenire prima che si verifichi un evento più grave.
In Italia, l’ictus cerebrale rappresenta la terza causa di morte, preceduto solo dalle malattie cardiovascolari e dalle patologie oncologiche, ed è la prima causa di disabilità in assoluto. Ogni anno, circa 200.000 persone nel nostro Paese ne vengono colpite: l’80% sono nuovi casi, mentre la parte restante è costituita da recidive.
Il 75% degli eventi riguarda persone over 65, ma circa 10.000 casi l’anno colpiscono soggetti con meno di 55 anni. In media, ogni medico di famiglia segue 4-7 nuovi pazienti colpiti da ictus ogni anno, oltre a una ventina di sopravvissuti con esiti invalidanti già in carico.
Il 10-20% di chi viene colpito per la prima volta muore entro il primo mese, un ulteriore 10% entro il primo anno. Tra i sopravvissuti, circa un terzo riporta una disabilità grave che compromette l’autonomia, un terzo presenta una disabilità lieve o moderata che consente un parziale ritorno all’indipendenza, mentre l’ultimo terzo — generalmente chi è stato colpito da forme più lievi — recupera una piena autonomia.
Le persone con disabilità importanti spesso necessitano di assistenza in strutture di lungodegenza o RSA, quando le famiglie non sono in grado di gestire il rientro a domicilio. I costi economici sono ingenti: si stima che la fase acuta della malattia costi circa 10.000 euro a paziente, mentre la gestione della disabilità permanente negli anni successivi può arrivare a circa 100.000 euro. A questo si aggiunge un costo umano e psicologico difficile da quantificare, che rende l’ictus un vero problema di sanità pubblica.
L’ictus è, come anticipato, un danno di natura vascolare: un disturbo della circolazione sanguigna all’interno delle arterie cerebrali, con un meccanismo simile a quello dell’infarto cardiaco. Il cervello riceve sangue attraverso diverse arterie: anteriormente dalle due arterie carotidi (destra e sinistra), posteriormente dalle arterie vertebrali, che decorrono lungo i due lati del collo. Più di ogni altro organo, il cervello necessita di un apporto costante di ossigeno e nutrienti, reso possibile dal corretto funzionamento dei vasi sanguigni e dalla regolare attività del cuore.
Il danno vascolare alla base dell’ictus può presentarsi in due forme:
Nelle forme ischemiche, la porzione di cervello irrorata dal vaso occluso smette di ricevere sangue e ossigeno, elementi indispensabili per la sopravvivenza delle cellule cerebrali. Ne consegue la morte cellulare (necrosi) e la perdita della funzione associata a quella specifica area — da qui sintomi come cecità, paralisi o vertigini, a seconda della zona colpita. Se l’ischemia è breve e le funzioni cerebrali vengono completamente recuperate, si parla invece di TIA. Nelle forme emorragiche, è il sangue stesso, fuoriuscito dal vaso rotto, a danneggiare meccanicamente il tessuto cerebrale.
I sintomi dell’ictus variano in base all’area cerebrale colpita. Generalmente, un danno a un emisfero del cervello provoca disturbi nella parte opposta del corpo. Esistono però alcuni segnali tipici che devono destare immediata attenzione:
I fattori di rischio sono le condizioni, personali o ambientali, che aumentano la probabilità di essere colpiti da ictus. Alcuni non sono modificabili:
Altri fattori, invece, possono essere corretti attraverso stili di vita adeguati o trattamenti farmacologici mirati:
Una parte consistente dei casi di ictus — circa due su tre — potrebbe essere evitata seguendo alcune buone pratiche e monitorando i propri fattori di rischio individuali. Tra le principali raccomandazioni:
L’ictus è un’emergenza medica a tutti gli effetti. Alla comparsa anche di un solo sintomo tra quelli descritti, è fondamentale recarsi immediatamente al pronto soccorso o, meglio ancora, contattare il 118: il personale sanitario è in grado di effettuare una prima diagnosi e indirizzare il paziente verso le strutture ospedaliere più adeguate. Una diagnosi e un trattamento tempestivi possono limitare l’aggravamento del quadro clinico, ridurre le complicanze e contenere gli esiti invalidanti.
L’esito delle cure dipende in larga parte dalla tempestività dell’intervento medico e dalla qualità dell’assistenza ricevuta. Gli obiettivi principali del trattamento sono ridurre la disabilità, prevenire complicanze e scongiurare il rischio di un nuovo evento. Questo si ottiene attraverso il supporto delle funzioni vitali, la mobilizzazione precoce del paziente — incoraggiandolo verso la massima autonomia possibile — e un’attenzione costante ai suoi bisogni assistenziali.
Il percorso riabilitativo inizia già durante il ricovero, non appena la diagnosi è confermata e il quadro clinico si è stabilizzato: prima si avvia, migliori sono generalmente i risultati in termini di recupero funzionale. Proprio per l’importanza di un monitoraggio costante nelle prime 24-48 ore — con controllo continuo delle funzioni vitali e dei segni neurologici — è preferibile che il paziente venga ricoverato in reparti specializzati, i cosiddetti “Centri Ictus” o “Stroke Units”.