neurologia

Mal di testa?

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Mal di testa ?

 

A quanti di noi è capitato di accusare dolore alla testa ?

 

Un mal di testa può verificarsi in qualsiasi parte della testa, su entrambi i lati,o in una sola posizione.

può essere un segno di stress  o di sofferenza emotiva, oppure può derivare da un disturbo medico, come l’emicrania o l’ipertensione, l’ansia o la depressione.

Tra i diversi fattori che possono scatenare un mal di testa vi è anche il fumo attivo e passivo .

 

Ci sono diversi modi per definire un mal di testa.

L’international Headache society li classifica come primari, quando non sono causati da un’altra condizione, o secondari, quando c’è un’ulteriore causa sottostante.

Mal di testa primari

I mal di testa primari sono malattie autonome causate direttamente dall’iperattività o problemi con le strutture della testa che sono sensibili al dolore.

Ciò include i vasi sanguigni, i muscoli e i nervi della testa e del collo. Possono anche derivare da cambiamenti nell’attività chimica nel cervello.

Mal di testa primarie comuni includono emicranie, cefalea a grappolo e mal di testa da tensione.

Cefalee secondarie

I mal di testa secondari sono invece  sintomi che si verificano quando un’altra condizione stimola i nervi sensibili al dolore della testa. Diversi sono i fattori  che possono  causare mal di testa di tipo secondario.

Questi includono:

  • Abuso di alcool
  • Tumore al cervello
  • Coaguli di sangue
  • Sanguinamento dentro o intorno al cervello
  • Glaucoma
  • Digrignare i denti durante la notte
  • Influenza
  • Uso eccessivo di antidolorifici, noto come mal di testa di rimbalzo
  • Attacchi di panico
  • Ictus

 

Sintomi più comuni :

I sintomi dell’emicrania in quasi tutti i casi sono molto caratteristici e da soli permettono la diagnosi. Possono talvolta essere preceduti da sintomi premonitori come cambiamenti dell’umore. Il dolore è pulsante accompagnato da un senso di stanchezza, ipersensibilità alla luce o a rumori, annebbiamento della vista, nausea, vomito, addormentamento o formicolio di un braccio, o ancora disturbi della parola.Gli attacchi possono durare da poche ore fino a vari giorni .

Poiché il mal di testa può essere un sintomo di una condizione grave, è importante consultare un medico se diventa regolare o persistente.

SOFFRI DI DISTURBI DEL SONNO ?

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SOFFRI DI DISTURBI DEL SONNO?

 

Un tassello fondamentale della nostra vita è costituito dal sonno.

Dormire poco o male può avere ripercussioni sulla qualità di vita. La stanchezza, sia fisica che mentale, dovuta a una nottata di mancato riposo riduce l’attenzione a scuola e a lavoro e aumenta il rischio di incidenti. Un riposo insufficiente, che si protrae per più giorni incide sull’umore, sulla capacità di reagire allo stress e sulla possibilità del corpo di difendersi dalle malattie. Anche il nervosismo, che si aggiunge alla stanchezza, può compromettere la qualità delle relazioni familiari e sociali. Per tutte queste ragioni, anche quando si presenta in modo occasionale, un disturbo del sonno non dovrebbe mai essere trascurato.

Ti è mai capitato di… ?

   Di non riuscire a chiudere occhio ?

Di svegliarsi troppo presto al mattino?

  Di aver dormito ma non sentirsi riposato?

Questi disturbi possono essere causa di INSONNIA.

 

 

L’insonnia spesso costituisce un campanello d’allarme che segnala l’insorgere di altre malattie fisiche o mentali.

Talvolta l’insorgenza del disturbo del sonno può essere facilitato dai sintomi tipici della malattia (dolore, difficoltà respiratorie, agitazione, prurito ecc.), mentre in altri è l’alterazione patologica chiave a interferire con il ritmo sonno-veglia.Tra le malattie più frequenti tipiche d’insonnia di questo tipo ci sono soprattutto patologie neurologiche (come la malattia di Parkinson e la malattia di alzheimer ), le malattie della tiroide, le sindromi ansioso-depressive, il diabete, patologie respiratorie acute e croniche, le allergie ecc.

Di seguito elenchiamo alcuni dei principali disturbi del sonno:

– Apnea notturna  (sospensione del respiro per diversi secondi)

– Sindrome delle gambe senza riposo (disturbo che provoca un bisogno urgente ed incontenibile di muovere le gambe durante la notte).

– Paralisi del sonno (disturbo del sonno in cui, nel momento del risveglio o poco prima dell’addormentamento, insorge una vera e propria incapacità temporanea di muoversi e parlare)

– Incubi notturni (svegliarsi all’improvviso terrorizzati)

– Sonnambulismo (camminare o svolgere altre attività mentre si dorme)

– Narcolessia (eccessiva sonnolenza diurna).

Per evitare di trascurare la malattia è importante non limitarsi a sopportare ripetute notti insonni ma cercare di approfondire la situazione con l’aiuto del medico qualora i disturbi possano prolungarsi per più di 3 mesi.

Ecco alcune regole di vita che possono aiutare a contrastare L’INSONNIA.

  • andare a letto e svegliarsi ogni giorno più o meno alla stessa ora;
  • evitare pisolini pomeridiani e di addormentarsi davanti alla televisione la sera;
  • evitare di restare connessi “on line” o di usare dispositivi elettronici fino a tarda ora;.
  • non assumere quantità eccessive di caffeina durante il giorno ed evitarla nelle ore serali;
  • consumare alcolici con moderazione e preferibilmente evitarli nelle ore serali;
  • cercare di non fumare prima di andare a dormire (o al risveglio) e, in ogni caso, evitare di farlo in camera da letto.

 

 

 

Info :331-1446151 INFO@CASALUTE.IT WWW.CASALUTE.IT

Alzheimer

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Nuove ipotesi vengono avanzate per spiegare l’origine della malattia di Alzheimer.

Un gruppo di ricercatori dell’Università Campus-Biomedico di Roma cerca di dimostrare come la causa di questa malattia sia dovuta alla morte di un gruppo di neuroni che producono dopamina, un neurotrasmettitore che aiuta la memoria. La ricerca si è concentrata sullo studio di una parte profonda del cervello, il mesencefalo dove sono situati questi neuroni e ha dimostrato che la morte delle cellule cerebrali che si occupano della produzione di dopamina, provoca il mancato arrivo di questa sostanza nell’ippocampo, la parte del cervello che codifica le nuove memorie e richiama le vecchie. Questa parte del cervello è stata oggetto di studio fino ad oggi dai ricercatori, essendo la perdita di memoria il sintomo tipico che si manifesta fin dall’inizio della malattia.

Lo studio ha voluto indagare i meccanismi della malattia avvalendosi di animali da esperimento quali i topi, concentrandosi su aspetti morfologici e comportamentali. In altre parole hanno “contato” i neuroni del loro cervello nelle varie fasi di malattia e hanno valutato i comportamenti del topo con appositi test.

I ricercatori hanno notato che i topi che presentavano alterazioni dei neuroni della dopamina, hanno recuperato tutte le facoltà compromesse, sia di memoria che motivazionali, in seguito alla somministrazione di alcuni farmaci in uso nella cura dell’Alzheimer. Il fatto che siano migliorate anche le funzioni motivazionali e di gratificazione ha riportato a un’altra scoperta: la dopamina non viene rilasciata solamente nell’ippocampo, ma anche in quell’area del cervello che controlla i disturbi dell’umore. Infatti nella fase iniziale della malattia si possono notare degli sbalzi di umore e perdita di interesse per la vita oltre che i classici disturbi della memoria.

Bisognerà approfondire questa nuova ipotesi e gli aspetti emersi dalla ricerca del gruppo romano, mettendo a punto tecniche neuro-radiologiche più efficaci e andando a studiare le aree profonde del cervello anche nell’uomo.

colpi di testa

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Colpire il pallone con la testa fa male al cervello! Una ricerca americana lo dimostra pubblicando i risultati su Neurology, rivista che si occupa di malattie del cervello. Chi intercetta il pallone con la testa riscontra un’alta probabilità di avere un lieve trauma cerebrale.

Per commozione cerebrale si  intende una situazione che si viene a creare dopo un forte impatto della testa con qualcosa (in questo caso un pallone) e che provoca lo scuotimento della massa cerebrale all’interno della scatola cranica.

Il trauma, secondo l’entità, provoca diversi sintomi: vertigini e perdita di conoscenza nei casi più gravi e se non trattato prontamente può avere serie conseguenze.

La ricerca si è basata sulla somministrazione di questionari a 222 calciatori amatoriali, la maggioranza uomini, di New York , assidui praticanti dello sport ( almeno sei mesi l’anno). Ѐ stato chiesto il numero di partite giocate nelle ultime settimane, il numero di scontri involontari, quante volte avevano colpito il pallone con la testa e in quest’ultimo caso quali sintomi sono stati avvertiti. Il 20% di chi era abituato a colpire il pallone con la testa ha segnalato come sintomi: dolore, vertigine e anche sensazioni di stordimento e nei casi più gravi perdita di coscienza, mostrando di avere un rischio tre volte maggiore  di commozione cerebrale rispetto agli altri giocatori. Di minore rilievo sono risultati i traumi non intenzionali, causati da scontri fra giocatori.

Purtroppo, anche in Italia, gli allenatori spesso non valutano l’importanza della prevenzione (utile  l’uso di un casco protettivo) e non riconoscono questi traumi che, anche se lievi, con il tempo possono causare disturbi a livello fisico, cognitivo e psicologico. A decidere se un calciatore può tornare o meno in campo durante la partita, dopo un trauma alla testa, non dovrebbero essere gli allenatori o i tecnici sportivi, ma un medico indipendente.

CIBO E MAL DI TESTA

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Cibo e mal di testa

Il problema del mal di testa è frequente e diversi sono i fattori scatenanti. Una delle tante cause (anche se non la principale) è l’alimentazione che, se tenuta sotto controllo, può ridurre la frequenza degli attacchi. Secondo alcuni studi americani circa il 20 per cento di tutti i mal di testa, cefalee o emicranie, ha a che fare con alimenti o con la combinazione di cibi specifici.

Negli individui predisposti, infatti, alcune sostanze di origine alimentare contribuiscono a scatenare il mal di testa e quindi è importante individuare alcuni cibi che ne rappresentano la causa riducendone il consumo o eliminarli dalla propria tavola.

Solitamente gli alimenti che favoriscono il disturbo contengono delle sostanze particolari come la tirammina, la feniletilamina, l’istamina, dotate di azioni psicoattive e vasocostrittive che si riperquotono anche a livello cerebrale.

I principali cibi sotto accusa sono:

Formaggi, in modo particolare quelli molto stagionati o fermentati

Cioccolato, cacao

-Frutta a guscio

Banane, avocado, fichi, prugne

Carni stagionate, inscatolate, conservate o trattate (salsicce e salumi)

Aspartame (un dolcificante)

Nitriti (conservanti utilizzati soprattutto nei salumi e nelle carni in scatola)

Solfiti (additivi presenti nei vini)

Cibi grassi e fritture

Gelato e yogurt

Frutti di mare

Bibite gassate e zuccherate

Bevande alcoliche, in modo particolare vino rosso e birra

Glutammato monosodico (un esaltatore di sapidità contenuto soprattutto nei dadi da brodo, nella salsa di soia, in alcuni snack e nei preparati per zuppe)

 

Le emicranie in genere si verificano dopo aver mangiato un alimento specifico. Un buon metodo per verificare gli effetti negativi di un alimento è quello di rimuovere tutti gli alimenti che contengono ciò che si crede di non tollerare e vedere se i sintomi migliorano nel corso dei giorni successivi. A volte è necessario, a seconda della frequenza dell’emicrania, evitare l’alimento sospetto per alcune settimane al fine di valutarne gli effetti.

 

Una dieta corretta, effettuata sotto il controllo del medico, può ristabilire l’equilibrio e favorire la guarigione senza usare farmaci.

Internet e memoria

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Meno concentrazione e creatività con internet

Le nuove tecnologie digitali trasformano il nostro modo di analizzare le cose e i meccanismi dell’apprendimento. L’uso eccessivo e spropositato di internet può portare all’indebolimento delle qualità intellettive: attenzione, memorizzazione e capacità di approfondimento.

Senza poterne più farne a meno, pc, cellulari e tablet sono diventati come un “hard disk” esterno in cui depositare ogni informazione. Con l’avvento delle memorie esterne, infatti, sta mutando il modo di ricordare. Alcuni dati sono stati messi fuori dalla memoria per esempio indirizzi, informazioni, numeri di telefono o anche date storiche sono disponibili in ogni momento, quindi è inutile memorizzarli. Questo cambia e permette di riorganizzare il modo di pensare. Grazie, poi, alla disponibilità di internet sugli smartphone il meccanismo si è allargato ad ogni forma di sapere.

Dubbi e problemi sono affidati istantaneamente al web e, secondo uno studio pubblicato sulla rivista Memory, questo ci porta ad abbandonare il pensiero riflessivo per un processo cognitivo più rapido ma fatto di apprendimento più superficiale con sempre meno senso critico e in cui spesso si dimenticano quasi subito le nozioni apprese.  Si è spinti a cercare su Internet le nozioni apprese e archiviate nella memoria profonda e il rischio è la perdita della memoria a lungo termine. Inoltre, secondo questa ricerca, passando dalla carta allo schermo si perde la capacità di concentrazione, diminuisce la creatività perché aumentano i livelli di cortisolo (l’ormone dello stress) e aumenta di 2,5 volte la possibilità di depressione.

Tutto questo non vuol dire che l’uso di internet sia un male per il cervello. È importante un uso intelligente cercando di capire fin dove siamo noi a organizzare e valutare le informazioni e non qualcun altro di esterno.

 

Rabbia e rischio di infarto

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Doppio rischio di infarto in caso di RABBIA

 

Uno studio  condotto da esperti della Harvard University di Boston su un campione di 12.000 persone  ha evidenziato gli effetti della rabbia sul cuore.

I ricercatori hanno sondato gli eventi delle 24 ore che hanno preceduto l’infarto e i dati parlano del 14,4% dei pazienti che ha avuto un eccesso di rabbia e di emozioni negative nelle ore precedenti l’infarto.

Anche un’attività fisica eccessiva svolta in uno stato emotivo negativo può incidere in maniera significativa. I dati dimostrano che il pericolo che questo accada è reale e concreto. L’aumentato rischio di infarto nelle ore successive ad una violenta arrabbiatura o ad un importante stato d’ansia è verosimilmente il risultato di un aumento della frequenza cardiaca e della pressione arteriosa, della vasocostrizione e di un’attivazione della coagulazione, tutti fattori associati allo scatenamento di un “attacco di cuore ”.

La collera infatti provoca l’aumento del battito cardiaco, fa alzare la pressione, stringere le coronarie e aumentare la probabilità che placche aterosclerotiche si distacchino, formando dei trombi. Da non sottovalutare il fatto che anche altre malattie, come ad esempio i tumori, possano svilupparsi più facilmente nei soggetti particolarmente stressati, e si sa che la rabbia incide in maniera significativa sullo stress.

Molti sono i danni che uno stato collerico provoca, danni che possono essere evitati imparando a gestire la propria ira e le reazioni conseguenti. Le persone che più di tutte dovrebbero evitare di arrabbiarsi sono i soggetti già ad alto rischio cardiovascolare, come i pazienti che soffrono di ipertensione arteriosa. Il cuore, infatti, è il primo organo a risentirne seriamente, così come il fegato e la cistifellea che si trovano a dover fare i conti con una secrezione massiccia di bile che viene prodotta in eccesso proprio quando si perde il controllo. E ancora, i danni all’intestino: colon irritabile e diarrea. Puntuale la gastrite, con reflusso gastro-esofageo, con bruciori e dolori allo stomaco.

È quindi fondamentale riuscire a gestire la rabbia e cercare di calmarsi, quando questa arriva irruenta, respirando, facendo respiri lunghi e lenti. Questo semplice atto ha, in effetti, il potere di normalizzare la percentuale di anidride carbonica ed ossigeno nel cervello.

Il campo visivo computerizzato

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L’esame più complesso e uno dei più dei longevi dell’oftalmologia

Campimetro statico

Il campo visivo (o esame campimetrico) esprime l’insieme di punti nello spazio percepiti mantenendo fisso lo sguardo in una determinata direzione.

Esso si riferisce alla superficie totale in cui gli oggetti possono essere visti nella visione laterale (periferica), quando ci si concentra gli occhi su un punto centrale.

L’esame consiste nell’individuare all’interno di una cupola una serie di stimoli luminosi, di varia forma ed intensità secondo un ordine casuale.
L’esame viene eseguito in una stanza con poca luce o al buio. Il campo visivo può essere eseguito da tutti, non è invasivo e ed è indolore.
Il test può essere alterato da una scarsa collaborazione del paziente all’esame o da opacità dei mezzi diottrici (come la presenza di cataratta).

Il campimetro è uno strumento in uso clinico sin dalla metà del XIX secolo. È uno degli esami più longevi della diagnostica dell’occhio.
Viene esaminato un occhio per volta e l’occhio adelfo invece verrà occluso.

Come prepararsi all’esame

Nessuna preparazione speciale è necessaria.

Come si sentirà dopo l’esecuzione dell’esame

Non vi è alcun disagio con questo test.

Perché il test viene eseguito

Questo esame mostrerà se è presente una perdita di vista, o una diminuita sensibilità alla luce, in qualsiasi punto del campo visivo. La perdita di visione del campo visivo può essere a carico di patologie oculari o a carico di patologie del sistema nervoso centrale come neoformazione tumorali benigne e non.

In quali malattie o condizioni cliniche può essere utile eseguire il campo visivo?

Calo del visus
Visione offuscata
Diabete
Glaucoma
Alta pressione sanguigna
Degenerazione maculare
Sclerosi multipla
Patologie neuro degenerative
Retinopatia da farmaci (idrossiclorochina / Plaquenil, Tamoxifene ETC…)
Glioma ottico
Disturbi della ghiandola pituitaria
Distacco della retina
Ictus
Patologie vascolari retiniche.

 

Ictus e Tia

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Che cos’è un ictus

Ictus è un termine latino che letteralmente significa “colpo” (in inglese “stroke”). In Medicina, indica un danno cerebrale persistente, ad esordio acuto, dovuto a cause vascolari. L’Organizzazione Mondiale della Salute (OMS) lo definisce come l’improvvisa (ecco perché “ictus”) comparsa di segni e/o sintomi riferibili a deficit focale e/o globale (coma) delle funzioni cerebrali, di durata superiore alle 24 ore o ad esito infausto (è importante precisare che un intervento tempestivo può dare risultati insperati). La caratteristica principale del disturbo è, dunque, la sua insorgenza
improvvisa: una persona in pieno benessere può accusare, di colpo, sintomi tipici che possono essere transitori, restare costanti o anche peggiorare nelle ore successive. Talvolta è possibile che alcuni sintomi precedano l’ictus, ad esempio una cefalea intensa e improvvisa, anche se non sono assolutamente specifici.

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Che cos’è un Tia

Il TIA, abbreviazione di Attacco Ischemico Transitorio, ha gli stessi sintomi di un ictus, ma i disturbi neurologici o oculari che lo caratterizzano durano soltanto poche ore o pochi minuti e, per definizione, la loro completa remissione avviene entro le 24 ore dall’esordio. Un TIA è un campanello d’allarme importante perché la sua manifestazione può precedere di qualche ora o giorno l’insorgenza di un ictus definitivo e quindi riconoscerlo tempestivamente può significare scoprire le cause e curarle per tempo.

Le dimensioni del problema

L’ ictus cerebrale in Italia rappresenta la terza causa di morte, dopo le malattie cardiovascolari e le neoplasie; è la prima causa assoluta di disabilità. Sempre in Italia, ogni anno circa 200.000 persone vengono colpite da ictus cerebrale, di cui l’80% sono i nuovi casi e la restante parte è costituita dalle recidive. Il 75% dei casi di ictus colpisce le persone con più di 65 anni e circa 10.000 eventi capitano a chi ha meno di 55 anni. Ogni anno, un Medico di famiglia italiano ha
almeno 4-7 pazienti che vengono colpiti da ictus cerebrale e deve seguirne almeno una ventina sopravvissuti con esiti invalidanti. Il 10-20% delle persone colpite da ictus cerebrale per la prima volta muore entro un mese ed un altro 10% entro il primo anno. Fra le restanti, circa un terzo sopravvive con un grado di disabilità elevato, tanto da renderle non autonome, un terzo circa presenta un grado di disabilità lieve o moderato che gli permette di tornare al proprio domicilio in modo parzialmente autonomo e un terzo, i più fortunati o comunque coloro che sono stati colpiti da un ictus in forma lieve, tornano totalmente autonomi al proprio domicilio. Coloro che sopravvivono con una disabilità importante spesso richiedono l’istituzionalizzazione in reparti di lungodegenza o in residenze sanitarie assistenziali (RSA); alcune famiglie, ma non tutte se lo possono permettere, si organizzano per riaccogliere il parente a domicilio. Inutile dire che i costi sia a carico delle famiglie che del sistema sanitario nazionale sono elevatissimi. Si calcola che una persona colpita da ictus costi nella fase acuta di malattia circa 10.000 euro. L’invalidità permanente delle persone che superano la fase acuta della malattia determina negli anni successivi una spesa che si può stimare intorno ai 100.000 euro. Sotto l’aspetto psicologico, personale e familiare, poi, i costi non sono calcolabili: per tutti questi motivi, l’ictus rappresenta un vero e proprio problema sociale.

Ictus: a cosa è dovuto

Come detto, l’ictus è un danno dovuto a cause vascolari e, pertanto, è un disturbo circolatorio del sangue all’interno delle arterie del cervello, alla stessa stregua dell’infarto cardiaco. Il cervello riceve il sangue da diverse arterie (vasi sanguigni che dal cuore portano sangue e ossigeno in tutto il corpo): anteriormente da due arterie chiamate carotidi (destra e sinistra) e posteriormente dalle arterie vertebrali, che decorrono in entrambi i lati del collo. Il cervello, per lavorare in modo corretto, ha bisogno più di qualsiasi altro organo di un continuo apporto di ossigeno e di nutrimento tramite il sangue, del buon funzionamento dei vasi sanguigni e della normale contrazione del cuore.

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Il danno a questi vasi sanguigni può essere di due tipi:

il vaso si può occludere (per aterosclerosi, trombi, coaguli, etc..) e in questo caso parliamo di ictus ischemico (che rappresenta circa il 75% dei casi);
il vaso può andare incontro a rottura (soprattutto per iper tensione, aneurismi, etc.) e si parla di ictus emorragico (rappresenta il restante 25% circa).
Nelle forme ischemiche la parte di cervello che viene irrorata dal vaso occluso non viene più rifornita di sangue e ossigeno, fondamentali per consentire la sopravvivenza delle cellule cerebrali,
che vanno quindi incontro a morte cellulare (necrosi) e quella zona di cervello perde la sua funzione, manifestando la sintomatologia dell’ictus (cecità, paralisi, vertigini etc., a seconda della zona di cervello che non riceve più sangue). Affinché si realizzi questa situazione è necessario che il periodo di ischemia sia prolungato e persistente, altrimenti se dura per poco tempo e successivamente si ha la ripresa totale delle funzioni cerebrali, si verifica quello che viene classificato come TIA. Nelle forme emorragiche il sangue distrugge, con azione meccanica, una parte del cervello.

ictus cerebrale

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Ictus: come si manifesta

I sintomi legati all’ictus sono diversi e dipendono dalla zona di cervello che è stata danneggiata. Di solito un ictus che colpisce un lato del cervello provoca difficoltà nella parte opposta del corpo.
Vi sono alcuni sintomi improvvisi che devono mettere in allarme il soggetto non appena li avverte.
Quali sono i tipici sintomi di un ictus?

non riuscire più a muovere (paralisi o plegia) o muovere con minor forza (paresi o ipostenia), un braccio o una gamba o entrambi gli arti di uno stesso lato del corpo;
accorgersi di avere la bocca storta (deviazione della rima buccale);
rendersi conto di non sentire più (anestesia), di sentire meno (ipoestesia) o di sentire in maniera diversa (parestesia), un braccio o una gamba o entrambi gli arti di uno stesso lato del corpo;
non essere in grado di coordinare i movimenti (dismetria), di stare in equilibrio (astasia) o di deambulare (ad esempio, atassia);
far fatica a parlare sia perché non si articolano bene le parole (disartria) sia perché non si riescono a scegliere le parole giuste o perché non si comprende quanto viene riferito dalle persone intorno (afasia);
non riuscire a vedere bene metà o una parte degli oggetti (emianopsia);
essere colpiti da un violento mal di testa (cefalea), diverso dal solito.

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Quali sono i fattori di rischio

Con il termine “fattori di rischio” si intendono le condizioni personali o ambientali che predispongono ad ammalarsi e che aumentano quindi il verificarsi di questa grave patologia. Alcuni fattori di rischio purtroppo non possono essere corretti (fattori di rischio non modificabili):

età: l’incidenza di ictus aumenta con l’età e dopo i 65 anni aumenta quasi esponenzialmente;
familiarità: avere un parente diretto che è stato affetto da questa malattia comporta un rischio maggiore rispetto a chi ha familiarità negativa per ictus;
sesso: quello maschile è lievemente più colpito, specie nelle fasce di età più giovani, in quanto le donne sono protette dagli ormoni sessuali almeno fino alla menopausa. Dopo i 65 anni l’incidenza è la stessa, mentre dopo gli 80 risulta maggiormente affetto dalla patologia il sesso femminile, soprattutto perché le donne vivono più a lungo e sono, perciò, più numerose.
Vi sono invece fattori di rischio che possono essere corretti con comportamenti adeguati o specifici trattamenti farmacologici (fattori di rischio modificabili):

ipertensione arteriosa: è il principale fattore di rischio sia per l’ictus ischemico sia per quello emorragico; si parla di ipertensione quando i valori della pressione si mantengono costantemente sopra i 140 mmHg di massima e gli 85 mmHg di minima;
diabete mellito: si definisce quando i valori degli zuccheri nel sangue (glicemia a digiuno) superano i valori normali;
ipercolesterolemia: livelli oltre la norma del colesterolo LDL (cattivo) e dei trigliceridi determinano l’incremento del rischio per ictus in proporzione all’aumento dei loro valori;
fumo di sigaretta: aumenta di 2-3 volte il rischio di ictus; dipende dal numero di sigarette fumate al giorno e dal numero di anni in cui si è fumato;
cardiopatie: essendovi una stretta correlazione tra cervello e cuore, aritmie cardiache, in particolare la fibrillazione atriale, o anche la presenza di protesi valvolari, un recente infarto miocardico, un’endocardite infettiva o il forame ovale pervio, sono condizioni che aumentano il rischio di ictus, soprattutto ischemico;
stenosi carotidea, ossia presenza di placche ateromasiche a livello dei grossi vasi del collo;
obesità (favorisce soprattutto l’insorgenza del diabete);
ridotta attività fisica;
emicrania;
pillola estroprogestinica: sono a rischio le donne che la assumono e soffrono di emicrania e/o sono fumatrici;
abuso di alcool o uso di droghe: mentre una quantità moderata di vino, un bicchiere a pasto, può essere protettivo, l’eccesso di alcool causa l’effetto contrario, aumentando il rischio di ictus.

 

Come si può prevenire un ictus

L’ictus si può prevenire e una quota non indifferente di casi (2 su 3) potrebbe essere evitata, seguendo alcune semplici norme di vita sana ed identificando i fattori di rischio individuali, modificandoli in misura personalizzata.

Almeno 2 volte l’anno è consigliabile misurarsi la pressione arteriosa in modo tale da svelare un’eventuale ipertensione arteriosa latente e misconosciuta. Chi soffrisse già di ipertensione arteriosa deve attentamente monitorarne i valori per adeguare eventualmente la terapia.
E’ consigliabile che effettui almeno 1 o 2 volte l’anno la misurazione della glicemia per rilevare un eventuale diabete latente o una semplice intolleranza ai carboidrati (stato che precede il diabete e che può essere corretto semplicemente con dieta e attività fisica). Chi fosse già diabetico deve controllare spesso i valori glicemici e attenersi scrupolosamente alla dieta e alle terapie prescrittegli;
E’ opportuno che smetta di fumare;
E’ consigliabile che almeno 1 volta l’anno controlli i valori di colesterolo nel sangue. Se elevati dovrà seguire una dieta povera in grassi e, se necessario, assumere una terapia per ridurre i livelli di colesterolo.
Chi è affetto da cardiopatie, in particolare da fibrillazione atriale dovrà seguire una terapia antiaggregante o anticoagulante orale, per diluire il sangue e ridurre il rischio di ictus celebrale embolico; in ogni caso andranno seguite periodiche visite di controllo cardiologiche ed eventualmente neurologiche;
E’ consigliabile che svolga attività fisica almeno 2-3 volte alla settimana. Non è necessario che siano attività impegnative, è sufficiente camminare a passo sostenuto per almeno mezz’ora;
E’ consigliabile alimentarsi in modo corretto scegliendo un’alimentazione non troppo ricca di grassi e di sale;
E’ consigliabile che non ecceda con il consumo di alcolici.
Un’alimentazione corretta ed un’attività fisica costante permettono di mantenere anche un adeguato peso corporeo. L’obesità è anch’essa, infatti, un fattore di rischio per l’ictus.
Fra i giovani, in particolare fra le donne, chi soffrisse di emicrania dovrebbe evitare di fumare e di assumere la pillola estroprogestinica, poiché, in questo modo, ridurrebbe significativamente il rischio di ictus cerebrale.
Almeno 1 o 2 volte l’anno è consigliabile recarsi dal proprio Medico di famiglia e seguirne i consigli per effettuare una valida prevenzione primaria.
Chi ha già avuto un ictus cerebrale deve almeno 2 volte l’anno effettuare le visite di controllo programmate sia dal neurologo che da altri specialisti, come ad esempio il cardiologo, e deve eseguire gli esami strumentali di controllo che gli vengono richiesti (per es. Ecocolor Doppler dei vasi del collo, Doppler Transcranico, Ecocardiogramma).

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Cosa fare quando si manifestano i sintomi

L’ictus è un’emergenza medica e quando ci si rende conto di avere uno dei sintomi sopra descritti, è importante recarsi immediatamente in Pronto Soccorso o meglio ancora chiamare il 118, che mette a disposizione personale qualificato, già in grado di effettuare una diagnosi e quindi di indirizzare negli ospedali dotati di reparti adeguati, attrezzati e competenti. La diagnosi e le cure precoci possono evitare un aggravamento e le numerose complicanze che possono far seguito; contemporaneamente riescono a ridurre le conseguenze invalidanti.

Cenni di trattamento

I risultati delle cure sulle persone colpite da questa patologia dipendono molto dal trattamento medico e, ancor più, dall’assistenza. Gli obiettivi degli interventi terapeutici sono quelli di ridurre e migliorare la disabilità delle persone colpite da ictus, prevenire le complicanze e l’insorgenza di un nuovo ictus. Tali obiettivi possono essere raggiunti tramite il sostegno delle funzioni vitali, la mobilizzazione del paziente, stimolandolo ad essere il più possibile indipendente, e l’attenzione alle sue necessità assistenziali. La riabilitazione inizia durante il periodo di ospedalizzazione, non appena è stata confermata la diagnosi e si sono stabilizzate le condizioni cliniche. Tanto più precocemente viene iniziata, migliori sono i risultati che solitamente si ottengono in termini di riduzione delle disabilità. Poiché la persona colpita deve essere attentamente osservata durante le prime 24–48 ore, soprattutto con continua valutazione delle funzioni vitali e dei segni neurologici, anche per poter stabilire un programma di riabilitazione idoneo, è auspicabile che la stessa venga ricoverata in reparti altamente specializzati chiamati “Centri Ictus” (“Stroke Units”).

 

Dott. Giuseppe Lanza
Neurologo
Socio A.L.I.Ce. – Sezione di Catania

[Modificato da “Conoscere l’ictus”, A.L.I.Ce. Italia Onlus – Associazione per la lotta all’ictus cerebrale, 2008]

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